Il sollievo della scrittura

Scrivere non è privilegio, è un riflesso condizionato come l’Arte in genere, una reazione che risponde ad una azione, un vezzo, un’acrimonia, una risultanza non considerata né auspicata, come i capelli che si fanno di colpo bianchi dopo una grande paura.

Reclusi che scrivono sui muri le aste dell’infanzia per segnare un tempo infinito, o nullo, che comunque non esiste più. Reazioni sempre più inconsulte, animali costretti a condividere la gabbia e che finiscono per mordersi, dilaniarsi, annientare se stessi attraverso la cancellazione sistematica dell’opera qualsiasi degli altri, qualunque altro. Ridursi a brandelli per un delirio di supremazia, di comando, disposizione o semplice risibile orgoglio, che pare diventato il solo metro di valutazione di una giustizia approntata alla bisogna come bende d’emergenza di un lazzaretto in fiamme.

Eppure si scrive, e non parlo dei fiumi di caratteri più o meno social, delle caterve di giornali che quotidianamente soddisfano la loro fetta di audience, di libri, libri e poi libri trattati come titoli di una borsa della spesa sempre più risicata.

No, parlo dello scrivere silenzioso, ai bordi di una esperienza o al centro di una illusione, un bisbiglio quasi, messo su carta che somiglia ai soliloqui dei folli, alle litanie della fede, che sia fede e basta, al di là degli auspici o dei rendiconti. Uno scrivere che ricorda le polluzioni spray dei writers, motti, slogan, frasi fatte o esternazioni pseudo sentimentali, rese pubbliche al solo scopo di rimanere private, perché sui muri non si guarda più, ma per terra, in basso, sulla punta delle scarpe, delegando il pianto al solo pensiero in quanto volatile, fumoso, nebuloso, in grado pertanto di smentire se stesso nel volgere del passo successivo. Come messaggi scritti per poi essere immediatamente ingoiati, e dimenticati.

Parlo dello scrivere dell’anima, che muove le dita come levette di una Lettera 22, lo sfogo vero fatto per non essere letto. Per anni ho raccolto biglietti a terra che avessero segni di scrittura, da liste della spesa a pensieri gettati nella polvere, come quel post-it con su tracciato “mi reputo un’idiota” seguito da una faccina triste.

Il sollievo di scrivere, come sudare, per liberarsi da tossine, o ridere per godere dell’esultanza del diaframma.

Sicuramente non per tramandare, scopo forse originale della scrittura, cronache amanuensi.

Scrivere per scrivere, e in questo il web è divenuto la bacheca ideale, congrua al senso che si vuole dare alla parola scritta, consistente ma vacuo, come inchiostro simpatico che sparisca al primo telex d’agenzia, si disperda come semi lanciati nel vento, per un maggese sempre più superficiale.